Stati Uniti e Cina: le prime battute della guerra commerciale

I principali istituti internazionali e gli operatori finanziari temono rallentamenti consistenti circa la crescita mondiale

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Il 6 luglio, allo scoccare della mezzanotte americana, sono ufficialmente entrati in vigore i dazi del 25% imposti dagli Usa a 818 prodotti di importazione cinese, per un valore complessivo pari a 34 miliardi di dollari.
Si tratta di un passo ulteriore lungo il cammino protezionistico inaugurato dall’amministrazione Trump agli inizi dell’anno; dopo le ripercussioni su pannelli solari, lavatrici, acciaio e alluminio, infatti, le nuove sanzioni colpiscono sostanzialmente i beni appartenenti ai settori che beneficiano del piano Made in China 2025: aerospaziale, ICT, robotica, macchinari industriali e automotive. Rimangono esenti dalle nuove tariffe i beni di consumo come televisori e cellulari, per non perdere il favore degli elettori americani.
I dazi entrati in vigore oggi sono però soltanto una prima tranche; con il secondo set, attualmente in corso di discussione, potrà arrivare a colpire 50 miliardi di dollari di export cinese.

La reazione del paese colpito non ha tardato ad arrivare: dal canto suo, Pechino ha minacciato sanzioni per un pari ammontare di beni scambiati, soprattutto del comparto agroalimentare e automobilistico.
Secondo gli annunci di Trump, la risposta cinese giustificherà l’introduzione di ulteriori imposte doganali nell’immediato futuro, innescando quindi una pericolosa spirale ritorsiva.

Alla base delle tensioni sul fronte Washington-Pechino, l’obiettivo dell’amministrazione Trump di riequilibrare gli scambi commerciali di beni tra i due paesi. Come il grafico riportato di seguito mostra, la dinamica dei flussi commerciali segnala un differenziale notevole: se il valore del flusso di beni dalla Cina verso Usa ha superato nel 2017 i 450 miliardi di dollari, quello americano verso la Cina si è attestato su valori tre volte inferiori.



I rapporti commerciali tra Stati Uniti e Cina non riguardano sole le merci, ma anche i servizi. Purtroppo non sono disponibili dati bilaterali Stati Uniti - Cina relativi agli scambi di servizi. E’ tuttavia possibile ricavare una valutazione sul possibile posizionamento relativo dei due paesi, utilizzando i dati delle partite correnti della loro bilancia dei pagamenti, che registrano tutte le transazioni economiche di un paese verso l'estero, dovute sia agli scambi di merci che agli scambi di servizi e trasferimenti.

Ampiamente positivo il saldo servizi degli Stati Uniti

Nel caso americano, l’analisi del saldo delle partite correnti evidenzia un saldo di servizi e trasferimenti ampiamente positivo, che compensa in parte il segno negativo del saldo merci, come mostra il grafico riportato.



Negativo, viceversa, il saldo servizi della Cina

Al contrario, per il caso cinese, è vero esattamente l’opposto: a fronte dell’ampio avanzo commerciale dei flussi internazionali di merci, i servizi e i trasferimenti sono negativi e in forte peggioramento negli ultimi anni.



I dati della bilancia pagamenti dei due paesi, suggeriscono che, al lordo dei servizi, i rapporti commerciali tra Stati Uniti e Cina risultano meno squilibrati di quanto non emerge dall’analisi dei soli scambi di merci.

Obiettivo dell’amministrazione Trump è quello di ridurre il legame commerciale e finanziario con la Cina.

Il disavanzo commerciale americano non è negativo di per sé, in quanto questo implica semplicemente un afflusso di capitali dall’estero, ma la politica protezionistica americana sembrerebbe voler ridurre il forte squilibrio delle partite correnti migliorando la competitività delle aziende domestiche e mitigando il legame commerciale e finanziario esistente tra Usa e Cina. Gli Stati Uniti, infatti, detengono il maggior disavanzo commerciale con la Cina, ma da essa ricevono crescenti e cospicui investimenti (diretti e finanziari) a sostegno del saldo della bilancia dei pagamenti.

Tuttavia, l’avvio di una vera e propria guerra commerciale genera timori consistenti circa la crescita mondiale, in contrazione secondo quanto riportato dai principali istituti internazionali (si veda IMF,CESifo).

I pericoli maggiori gravano sulla crescita statunitense e cinese, a causa delle ricadute economiche sul meccanismo di formazione dei prezzi. Secondo le previsioni, infatti, nel breve periodo le tariffe tenderanno a scaricarsi sui costi delle imprese che dovranno acquistare beni intermedi ad un prezzo più elevato e, attraverso le catene globali del valore, genereranno un aumento dei prezzi al consumo, con una conseguente perdita di competitività e posti di lavoro.
La speranza è che le prime ripercussioni su economia, aziende e mercati finanziari, spingano velocemente le parti a riconsiderare le recenti scelte.


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